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SULLE CORDE DELLA KORA

Ababacar è stato il primo ad avvicinarsi, con il suo sorriso largo e rassicurante. Avevo appena raggiunto Galleria Manzoni, forse l'unico angolo di Pavia dove tante nazionalità sono di casa e possono incontrarsi nella convivialità dei gesti quotidiani: fare la spesa, bere un thé tra amici, ammazzare il tempo lasciandosi alle spalle la solitudine...una nicchia appena protetta dall'accanimento securitario che intossica con prepotenza le strade delle nostre città. Qualche negozio di alimentari, una drogheria, una macelleria, un call center, un bar e poco altro: se vuoi incontrare maghrebini, nigeriani, egiziani, peruviani, cinesi ...basta infilarsi qui.

Le badanti ucraine e rumene invece si danno appuntamento in viale Matteotti. Poche panchine e l'ombra degli alberi sono sufficienti per raccogliere le chiacchiere e le confidenze di donne spesso provate ed esauste dal lavoro.
Volevo presentare l'Associazione e raccontare della sua attività ai presenti del caso, invitandoli ai corsi di italiano che di lì a poco sarebbero iniziati.
Fra i timorosi e i prudenti, diffidenti pochi, curiosi e stupiti molti, Ababacar ha accettato subito l'invito senza esitazione, garantendomi il coinvolgimento di altri amici.
Da allora la sua presenza è costante: ad ogni incontro, a lezione, a qualsiasi iniziativa...è persino il primo ad arrivare, con imbarazzante anticipo e aspettando al freddo, per allestire la sala per la cena multietnica. Con quel suo fare elegante e pacato si è guadagnato la stima e la considerazione di tutti, compagni di scuola compresi.
Accettò un po' stupito di essere intervistato e nonostante avessi con me solo un foglio di carta ed una penna, l'emozione e un certo imbarazzo gli resero difficile cominciare a parlare.
Chiesi aiuto alle melodie della kora, che sciolsero ogni ostacolo e, come mi disse, gli riportarono qui la casa.

 

Cominciamo con una domanda ovvia, ma ti assicuro che farebbe già incagliare l'ostilità di alcuni italiani nei vostri confronti:  perché hai lasciato il tuo paese e sei venuto in Italia?

 

 

Prima di tutto ero curioso di scoprire la cultura del mondo bianco, di cui tanto avevo sentito raccontare quando andavo a scuola e che è molto importante per la nostra storia; in secondo luogo per trovare lavoro.

Avevo visto molti senegalesi ritornare dopo un periodo di lavoro all'estero e la loro situazione era di gran lunga migliorata; avevano sostenuto la famiglia durante la loro assenza ed erano riusciti a portare a casa quanto bastava per garantirsi un buon futuro. Insomma sembrava un sacrificio ricompensato da un sicuro successo.

Io avevo cercato di proseguire gli studi, ma arrivato al terzo grado i miei genitori non riuscirono più a farmi continuare e cominciai a cercare lavoro.

 

Dove abita in Senegal la tua famiglia?

 

 

Mia moglie e i miei quattro figli abitano a S.Louis, dove ho sempre vissuto anch'io e dove si trovano tuttora i miei fratelli: due sorelle e tre fratelli per la precisione. Ora una sorella si è sposata ed abita altrove.

Mia madre morì a 71 anni, quando io ero in Italia, ma la mia situazione non mi permise di rientrare per darle l'ultimo saluto. Lo stesso accadde per mio padre, mancato a 91 anni; in entrambi i casi l'impossibilità di tornare mi  addolorò molto.

Tutti i fratelli hanno studiato, ma solo uno è riuscito ad avere un buon posto di lavoro e gode di un certo benessere con la sua famiglia.

Non tutti però lavorano.

 

Riesci a darci un breve tratto della situazione economica e sociale attuale del tuo paese?

 

 

Posso dirti che i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e che la popolazione è scoraggiata e delusa dalla politica. Cambiano i governi ma nulla cambia nella condizone sociale della maggioranza dei  senegalesi. Si ascoltano solo promesse e nessuna viene mantenuta.

Alcuni anni fa c’è stata una transizione al potere dal Partito Democratico di Abdoulaye Wade al Partito Socialista di Abdou Diouf.

Il primo aveva promesso miglioramenti e sviluppo nei settori più disagiati come ad esempio in agricoltura, che in Senegal è estremamente arretrata. Ma nulla è stato fatto: il mercato dei prodotti agricoli e delle materie prime è in mano a forze economiche inattaccabili che si prendono tutta la ricchezza prodotta, qualsiasi sia la forma di governo in carica.

In Senegal il pesce grande continua indisturbato a mangiare il pesce piccolo.

Con Diouf si sta ripetendo la stessa storia.

Ciò che è importante per chi sta al governo è salvare l'apparenza della forma parlamentare, continuando l'asservimento e l'impotenza nei confronti dei poteri forti.

 

 

Riveste ancora un ruolo la Francia nella vita politica del paese?

 

 

Effettua un appoggio direttamente politico al governo; non mi sento di dire che sia anche materiale.

 

Torniamo a te, alla tua situazione prima di lasciare il paese...

 

 

Interrotti gli studi mi arrangiai con lavori saltuari in vari settori, tutti precari e di breve durata: dalla raccolta di cipolle alla vendita di pesce al mercato...Ero scontento e deluso; avrei voluto trovare una sistemazione più stabile, sufficiente per mantenere la mia famiglia. Mal sopportavo poi il dover dipendere dai miei fratelli, che con il loro lavoro cercavano di aiutarmi.

Il tempo passava e non intravvedevo nessuna via di uscita. Così ho cominciato a maturare l'idea di emigrare, sostenuto anche dal fatto, come ti dicevo, che per molti era stata una scelta ben remunerata.

 

Perché l'Italia?

 

 

Devo farti una premessa: il percorso per espatriare non è stato semplice. Impiegai cinque anni solo per ottenere il visto. Approfittando della posizione lavorativa di mio fratello, che è un funzionario statale nel settore del commercio del pesce, mi affiliai alla cooperativa che gestisce i rapporti mercantili a livello internazionale, soprattutto con Portogallo, Guinea, Burkina Faso, Mali. Ci fu l'occasione di un incontro in Portogallo tra vari produttori di pesce. Pensai che riuscire ad accompagnare mio fratello sarebbe stata finalmente la porta per passare in Italia.

In Italia avevo amici a Gropello; vivevano qui già da 18 anni e con un lavoro regolare.

Quando vennero a prendermi in stazione era il 2004. Rimasi a casa loro per tre  settimane; poi mi trasferii a casa di un loro amico a Pavia.

Il visto era già scaduto, ma io ero sicuro che l'indomani avrei trovato un lavoro...Ridicolo, come il lavoro spuntasse da solo dalla strada di fronte! E' così: quando sei lontano vedi tutto in modo ingannevole!

Fu quest'amico ad aprirmi gli occhi e a spiegarmi come stavano le cose.

Non mi restava che adattarmi a fare l'ambulante. Nel frattempo cercavo di imparare l'italiano; mi risultò abbastanza semplice, mi aiutava la conoscenza dello spagnolo.

Il primo anno è stato davvero duro. Vivevamo in cinque in un appartamento a 85€ ciascuno al mese. Si dividevano le spese delle bollette e si versavano 20€ la settimana per il cibo.

Tra i senegalesi c'è una forte solidarietà. Pensa: per i primi tre mesi un nuovo arrivato non paga niente!

Ci si alzava alle 6 del  mattino, si pregava, si faceva colazione. Poi a Milano, a rifornirci della merce e via, tutto il giorno in strada. La nostra zona era quella degli Ottagoni.

Vendere mi risulta difficile, non sono adatto: ho paura di molestare le persone, di essere invadente...e il risultato è piuttosto magro. Ma non voglio nemmeno la carità. Voglio un lavoro!

Sono venuto per questo.

 

 

Poi però sei riuscito a trovarlo, un lavoro. Come?

 

 

Grazie ad un amico di Milano, anche lui ambulante ma in regola con il permesso di soggiorno. Glielo chiesi in prestito e con quello mi presentai ad una agenzia di Pavia, introdotto dal mio compagno di casa.

Fu così che trovai un impiego in un'azienda nei pressi di Cura Carpignano.

Le prime due settimane raggiungevo il lavoro a piedi! Non avevo alternative: avrebbero dato altrimenti l'incarico ad un altro.

 

 

Quali erano le tue condizioni di lavoro?

 

 

Ero occupato dalle 6 alle 14, a 5€ all'ora. Così ricattabile non potevo certo chiedere di  più! Talvolta mi chiamavano anche il sabato. Me la cavavo bene e il titolare era contento di me.

Finalmente cominciai ad usare un motorino, regalatomi da un amico meccanico.

Qui rimasi quasi due anni. La flessibilità era massima: quando c'era lavoro mi chiamavano, altrimenti a casa.

Riuscivo a guadagnare quel poco che mi bastava per sopravvivere; solo alcune volte sono riuscito a mandare qualcosa a casa.

La mia consolazione era telefonare a mia madre: era la  mia grande amica. Lei pregava per me.

Se mi trovavo qui, in queste condizioni, era esclusivamente per la mia famiglia.

 

Come erano i rapporti con gli altri operai?

 

 

C'era qualche difficoltà che cercherò di spiegarti. La fabbrica era piuttosto grossa e suddivisa in tre reparti. Tra gli operai c'erano 5 senegalesi ed un burkinabé, tutti precari come me, eccetto uno. Si instaurò con i colleghi italiani una certa concorrenza, talvolta una manifesta ostilità, perché noi stranieri lavoravamo molto più di loro! Ci davamo da fare: era l'unico modo per tenerci stretto il lavoro!

I colleghi di nascosto ci controllavano le quote di lavoro e cercavano di sapere se andavamo anche il sabato.

Tutto questo è comprensibile: il padrone si basava sulla nostra produzione per pretendere altrettanto anche dagli altri!

Una certa distanza si era creata anche per causa nostra: non andavamo a mangiare con loro in mensa perché il cibo che preparavano non ci piaceva; preferivamo portarci qualcosa da casa, mangiando in reparto.

Tutto sommato però andavamo d'accordo ed in alcune circostanze eravamo solidali.


Perché ti hanno licenziato?

 

 

Accadde quando il titolare del mio permesso di soggiorno, che era già scaduto, fu fermato dalla finanza.

Il padrone mi disse che senza documenti era costretto a licenziarmi per timore dei controlli e delle conseguenze che ne sarebbero seguite. Da allora siamo rimasti sempre in buoni rapporti; ogni tanto lo chiamo e mi rassicura, dice che mi tiene in considerazione, per quando la crisi passerà...

 

 

Cosa hai fatto allora?

 

 

Che potevo fare? Ho ripreso a vendere, finché rimediai un altro permesso di soggiorno da un amico in difficoltà con la finanza.

Tramite un'altra agenzia lavorai per qualche tempo in un'industria vicino a Pavia: 6€ all'ora e turni di notte..e sempre in motorino.

Vedi questa cicatrice? (mi mostra una fila di punti che unisce il polso al mignolo)

Mi capitò un giorno al ritorno dal lavoro, un giorno che avrebbe dovuto essere di riposo. Tornavo in motorino e alla rotonda alle porte di Pavia scivolai sulla ghiaia facendomi un bel taglio profondo alla mano. Passarono in molti ma nessuno si fermò. Del resto nemmeno lo avrei voluto. Avevo paura.

Successivamente trovai lavoro per più di un mese in un'azienda metalmeccanica. Facevo il saldatore, in condizioni di sicurezza inesistenti. Il primo mese mi pagarono in ritardo. Il mese successivo mi mandarono a Milano e lì addirittura pensarono bene di non pagarmi.

Sempre attraverso un'agenzia lavorai in una fonderia a gestione familiare per tre mesi. Erano presenti 6 operai, tutti stranieri: egiziani e senegalesi. Si lavorava 8 ore al giorno per 6€ all'ora. La proprietaria mi licenziò perché  la produzione era diminuita e non aveva più bisogno di me. Però fece una lettera di raccomandazione a mio favore che consegnò all'agenzia.

Infatti poco dopo la stessa agenzia mi chiamò per un lavoro vicino a Villanterio, in una piccola azienda metalmeccanica anch'essa a gestione familiare. 18 km in scooter tutti i giorni. I proprietari erano molto gentili. Eravamo circa 10 operai, di cui 4 senegalesi. Appena la produzione diminuì mi lasciarono a casa. E siamo all'oggi.

 

Appunto, oggi: come trovi la situazione attuale?
Ad agosto è stato approvato il cosiddetto "Pacchetto sicurezza" che inasprisce le regole di permanenza nel paese per gli immigrati fino a  renderla impossibile se non sono in possesso del permesso di soggiorno. Ora siete senza i diritti più elementari, discriminati per legge e soprattutto criminali. Criminali non per un atto compiuto ma per una condizione di esistenza.

 

 

La situazione per noi immigrati è molto peggiorata. I controlli si fanno più severi, fino a non lasciarti scampo. Il risultato è che viviamo tutti nella paura. Per esempio ora ho dovuto ricominciare a vendere, ma subito la e la polizia locale mi hanno sequestrato il materiale. La polizia  non ti dà tregua.

 

Ti è capitato di subire atti di razzismo?

 

 

Fortunatamente no. Credo che un comportamento corretto, la parola gentile, il rispetto delle leggi della convivenza non possano che portare a buone relazioni tra le persone, anche di culture diverse. Non sono le diversità culturali a creare ostacoli. Occorre però da parte nostra essere disponibili.

 

 

Sono molti i senegalesi a Pavia, di vecchia e nuova immigrazione. Esiste un'associazione ed un luogo che vi permetta di incontrarvi?

 

 

Non c'è una vera e propria associazione, però ci troviamo periodicamente la prima domenica di ogni mese  al Vallone, dalle 15 alle 19, per leggere il Corano. E' un locale che si trova vicino alla chiesa e ci viene dato in prestito per pochi soldi da un'associazione religiosa. Mi sembra sia un centro di documentazione. Ci sono persone che arrivano da tutta la provincia per pregare. E' una buona cosa. Fino a poco tempo fa ci si trovava a casa prima di uno, poi dell'altro..

 

Scorrendo i tuoi 6 anni di vita in Italia e se tu potessi tornare indietro, rifaresti questo viaggio?

 

 

Mah, è difficile giudicare ora, nella situazione economica attuale; se dovesse durare ancora a lungo questa grave crisi che taglia ovunque posti di lavoro non consiglierei a nessuno di venire.

 

Ultima domanda: cosa vorresti per il tuo futuro?

 

 

E' semplice: vorrei avere un lavoro regolare per poter realizzare il mio sogno: tornare in Senegal, andare a prendere mia moglie ed i miei figli e portarli qui.

Voglio darmi da fare per raggiungere questo obiettivo, non basta pregare. La mia religione dice che prima di mettersi a pregare si deve lavorare!

 

 

Si è fatto tardi, Ababacar mi saluta con la sua forte stretta di mano, portandosi via la cassetta di musica per kora e il suo sorriso acceso.

 

 

 Pavia, 16 novembre 2009.

 

 

 

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