Quando Renzo e Lucia sono migranti
A sentirla raccontare pare davvero un’epopea manzoniana, ma questa volta il ruolo di don Rodrigo lo hanno la burocrazia italiana, il razzismo delle istituzioni e, non ultimo, il “decreto sicurezza” che ha ulteriormente complicato la situazione. Amelia non aveva nemmeno 25 anni quando è arrivata in Italia, nel gennaio 2006, da una popolosa cittadina della Romania meridionale. Ha lasciato il banco della frutta che teneva nei mercati locali per venire con un’amica a cercare fortuna in Italia. Come tante altre migranti, all’inizio ha fatto infiniti lavoretti per sbarcare il lunario – il lavoro nero in Italia, si sa, è l’opportunità più frequente per chi arriva da altri paesi.
di Nicoletta Poidomani
Anche
Adeniyi, nigeriano, lavorava in nero come muratore dopo aver tentato,
invano, di ottenere l’asilo politico nel 2002. Si sono incontrati pochi
mesi dopo l’arrivo di Amelia, e si sono innamorati. Un amore vero e
tanta voglia di condividere l’esistenza. Ma ben presto Amelia viene
espulsa come clandestina e rimandata in Romania. Non perdono i contatti
ma, anzi, Adeniyi continua a lavorare in nero nei cantieri nostrani e
mette da parte i soldi per pagarle il viaggio che la riporterà qui. Per
tutti i sei mesi che “per legge” la tengono lontana dall’Italia fanno il
conto alla rovescia poi, finalmente, Amelia ritorna e lo raggiunge in
centro Italia. Di lì a breve, si trasferiscono in provincia di Bergamo:
la Romania sta per entrare nell’Unione europea e quando scatta l’ora X,
nel gennaio 2008, la “neocomunitaria” Amelia viene assunta da una
piccola cooperativa del nord est che fa guarnizioni. La paga non è
buona, il lavoro più che “a tempo indeterminato”, come risulta dal
contratto che mi mostra, è in realtà a cottimo: quando c’è bisogno
lavora anche 12-13 ore al giorno, con una breve pausa di qualche minuto
per mangiarsi un panino, ma quando mancano le richieste Amelia rimane a
casa; però grazie a questo contratto ottiene il permesso di soggiorno: è
un po’ come se pagasse una tangente con la sua forza-lavoro.
Per
Adeniyi, invece, il lavoro non manca: nell’Italia della cementificazione
e delle morti bianche i migranti che lavorano in nero nei cantieri sono
un esercito – precario, sfruttato e numeroso.
Riescono, così, a
pagare i 450 euro mensili per il piccolo monolocale in cui si sono
trasferiti nel bergamasco. Conducono una vita di ristrettezze ma, felici
di essersi finalmente ritrovati, un giorno decidono di sposarsi.
Comincia, così, un’altra odissea: “Questo matrimonio non s’ha da fare”,
tuonano negli uffici del piccolo comune governato da un sindaco della
Margherita. Amelia e il suo “promesso sposo” non si scoraggiano e
trovano una soluzione: andare a sposarsi a Quarrata, nel pistoiese, dove
lei abitava quando si sono incontrati la prima volta. E finalmente,
dopo mesi di burocrazia e di attesa, il 5 luglio scorso riescono a
sposarsi. Ma non si tratta di un lieto fine. Da quel momento la
situazione si fa sempre più complicata, fino a diventare l’ennesimo dei
paradossi e delle ingiustizie che donne e uomini migranti sono costretti
a subire in questo paese. Mentre dai pulpiti e dagli scranni
parlamentari si blatera tanto di “famiglia naturale fondata sul
matrimonio tra un uomo e una donna” i fatti ci mostrano che, nel terzo
millennio, in Italia anche la loro è una famiglia inconcepibile. Non lo
immaginava il padrone di casa quando, per regolarizzare l’affitto, ha
consigliato di procurarsi uno stato di famiglia, né lo immaginavano
Amelia e suo marito quando si sono imbattuti nella situazione kafkiana
che, per un semplicissimo certificato, il 24 luglio ha portato Adeniyi
prima in comune poi, da lì, in questura e, infine, nel “Centro di
identificazione ed espulsione” di via Corelli a Milano, dove si trova
tutt’ora.
Amelia è sconvolta: mi racconta di quel giorno in questura,
di suo marito sparito in un ufficio, di un funzionario in borghese che
la maltratta anziché darle informazioni; poi le due settimane in attesa
del permesso per poter incontrare Adeniyi in un colloquio brevissimo e
supervigilato. Amelia è sconvolta ma è anche una donna determinata e sa
cosa vuole. La prospettiva di venire ancora una volta separata per forza
dal suo compagno la addolora e la rende combattiva al contempo. Non
capisce perché la giudice di pace del cpt non abbia dato valore al loro
matrimonio e che per suo marito non ci siano alternative all’espulsione
dall’Italia. “Siamo sposati, perché non possiamo stare insieme?”, mi
chiede, ed è una fra le tante domande con cui intercala il racconto
delle loro assurde vicissitudini.
Vuole capire perché l’Italia sia
così ingiusta e “cattiva” con gli stranieri, in particolare con quelli
“di pelle nera”. Sa bene che gli italiani in Romania la fanno da padroni
e non si sorprende affatto quando le racconto degli “italiani brava
gente”, della frequenza significativa di voli low cost dagli aeroporti
italiani verso Bucarest e Timisoara, capitali est-europee del turismo
sessuale pedofilo, degli italici imprenditori che lì hanno aperto le
loro “fabbrichette” per arricchirsi con la forza-lavoro locale,
remunerata con paghe da fame. Un attivista del Comitato antirazzista,
presente al nostro incontro, ci racconta anche degli scioperi e delle
lotte nelle fabbriche italiane “delocalizzate” in Romania.
Ma il
problema di questa giovane donna, ora, è ben altro: da settimane al
lavoro non la chiamano, la produzione è bloccata, entro pochi giorni le
scade l’affitto e in questi casi, mi dice, erano i soldi guadagnati da
Adeniyi a risolvere la situazione. E ora?
Ogni giorno Amelia prende
il treno, viene a Milano, passa lo sbarramento di militari e poliziotti
armati – “sembra l’Iraq!” – ed entra nel cpt per pochi minuti di
colloquio col marito.
Ma ben presto non avrà neppure i soldi per il
biglietto, figuriamoci per eventuali ricorsi legali: uno l’ha fatto
tramite avvocato, ma è agosto e la città è bloccata, il tribunale chiuso
e a lei, separata a forza dal suo compagno, sembra di vivere in un
incubo. Le è anche stato detto che un eventuale ricorso in Cassazione le
costerebbe 1.200 euro, una cifra impossibile da raccogliere. Fra me e
me faccio un rapido calcolo, pensando a quanti ricorsi di migranti
disperati ingrasseranno le casse statali così come si stanno ingrassando
le casse comunali dell’Italia multaculturale – come l’ha acutamente
definita Rosanna Fiocchetto. E in questo quadro, paradosso dei
paradossi, l’Italia securitaria risparmia pure sull’acqua fornita a
donne e uomini nei cpt: in Corelli è in atto da giorni una protesta
perché il caldo agostano è ancora più intollerabile se oltre cento
persone vivono fra container e cemento e la direzione fornisce solo
mezzo litro d’acqua a pasto. L’acqua dei rubinetti è imbevibile e ha
pure causato un’infezione in bocca a un ragazzo; l’alternativa è
comprare le bottigliette d’acqua al distributore: 30 centesimi l’una! Mi
viene in mente, come una flash, la campagna “Bottiglie d’acqua per
Eluana Englaro” lanciata da Giuliano Ferrara contro la “necrofilia
secolarista [sic]” del tribunale d’Appello che ha riconosciuto alla
donna, in stato vegetativo da sedici anni, il diritto di morire. Litri e
litri d’acqua lasciati sul sagrato del Duomo per una donna condannata
dal moralismo pro-life alla pena di vita; niente acqua per chi si
ritrova in un cpt per la sola “colpa” di non avere permesso di
soggiorno.
E l’acqua non è il solo diritto negato. Le rivendicazioni
della protesta includono anche il diritto a un vitto dignitoso e
diversificato (il “menu” di Corelli è una monocultura del riso), a
colloqui che non durino una manciata di minuti – per altro violentemente
interrotti non appena si esprime affettività. Rivendicazioni che
trapelano all’esterno solo grazie all’instancabile attività del Comitato
antirazzista: tutta la trattativa – o, meglio, la non trattativa, dati i
continui rinvii – è seguita esclusivamente dalle forze dell’ordine di
stanza al cpt. Nessuna autorità esterna pare coinvolta e la stragrande
maggioranza dei media ignora – e ignorando occulta – la realtà di questi
universi concentrazionari di donne, uomini, trans e richiedenti asilo.
Qualche giorno fa, l’ennesimo tentativo di suicidio: un giovane
immigrato ha cercato di impiccarsi, lo hanno fermato i suoi compagni di
cella. Nei cpt questa non è che ordinaria amministrazione…

