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La storia di Ziz

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“Non sono razzista, non ce l’ho con gli immigrati, quelli in regola, se lavorano. Ma i clandestini... sono quelli che mi fanno paura, che vengono qui a delinquere, che rubano, che ti accoltellano, che violentano. Bisogna mandarli via, tutti. Cosa vengono a fare qui, perché non stanno a casa loro?”. L’abbiamo sentito tante volte questo sfogo, talvolta accompagnato da un’ansia sincera, dal timore di fare brutti incontri, talvolta dall’esigenza di avere un “nemico” su cui scaricare i propri problemi irrisolti, le proprie frustrazioni. Era nostro dovere andare alla ricerca di questa moderna minaccia sociale, la più terribile, pare (stando alle TV), dopo la calata dei Lanzichenecchi. Ne abbiamo fiutato l’esistenza nel nostro territorio, abbiamo intrepidamente seguito le orme di qualche sospetto e l’abbiamo guardato in faccia. Eccolo, un clandestino in carne ed ossa. Forse non è il mostro da sbattere in prima pagina, ma di certo ha una storia interessante da raccontare...

Proveremo a farci raccontare le ragioni dell’abbandono del proprio paese, le situazioni e le difficoltà che ha dovuto affrontare durante il viaggio, nella ricerca di lavoro…per stabilire una vicinanza che speriamo possa incrinare il circolo vizioso del sospetto e della paura e dissodare il terreno per ideali, progetti e lotte comuni, con l’obiettivo di un cambiamento nelle condizioni di vita e di lavoro di tutti.

Abbiamo incontrato Ziz, senegalese, 33 anni, alto e snello, pronto al sorriso, è arrivato in Italia un anno e mezzo fa per cercare lavoro. La sua storia inizia da una necessità primaria che con tenacia, incredulità, delusione e tanta solitudine, lo ha portato ad un’esperienza di ordinario sfruttamento.

 

Solo ora, dopo tutto, può dire di conoscere il mondo, come ci confessa alla fine con una punta di orgoglio.
La scelta dell’Italia tra i paesi europei è stata poco più che casuale, così come casuale è stata la direzione presa nei suoi primi giorni di permanenza qui: Firenze, Napoli, Milano, Pavia. Qualcuno lo aveva avvisato che non sarebbe stato semplice trovare lavoro in Italia, che i criteri di permanenza e le regole di ingaggio erano severi e complessi, né aveva capito bene in che cosa consistessero. Era sicuro che sarebbe bastato comportarsi bene, onestamente per superare qualsiasi ostacolo.
“ Non lasci il tuo paese per andare a fare i soldi ma per trovare un lavoro che basti a te e aiuti la tua famiglia. Se invece vuoi fare i soldi, allora devi prendere la strada dello spaccio di droga. Io sono venuto qui volendo fare tutto regolarmente e bene: trovare un alloggio, imparare l’italiano, lavorare.”

Raccontaci di come e perché sei venuto in Italia.
Vivevo a Dakar, in Senegal, dove ho lasciato mio fratello maggiore, mia sorella e due fratelli più piccoli. Mia madre morì quando io avevo sette anni e da poco era nato il più piccolo dei miei fratelli; mio padre morì nel 1992 a causa di una cardiopatia che avrebbe richiesto un intervento chirurgico: una spesa che non potevamo sostenere. Andammo quindi a vivere con la sua prima moglie e suo figlio. Avevo 17 anni e dovetti abbandonare la scuola per cercare un lavoro, in modo da aiutare mio fratello maggiore a mantenere la famiglia e a far continuare gli studi ai fratelli più piccoli.
Ora lui lavora in un’agenzia immobiliare e guadagna circa 50 € al mese, ma non sono sufficienti per vivere a Dakar, dove gli affitti possono raggiungere anche 200€ al mese.
Mi iscrissi ad una scuola pubblica che garantiva la formazione, rilasciando alla fine dell’apprendistato un diploma, e trovai lavoro come meccanico, in una stazione di servizio pubblica. Purtroppo però nel 2000, con il nuovo Presidente, in Senegal si avviò una politica di privatizzazioni di enti e società pubbliche. Fra queste ci fu anche la mia officina, che in poco tempo ci mandò tutti a casa.
Cercai ancora, finchè trovai un impiego per due anni in un’impresa di esportazione di prodotti petroliferi. Ero l’autista del direttore. Ma anche questa chiuse i battenti e per due anni rimasi senza trovare nessuna occupazione. Fu mio fratello a dirmi di provare a cercare in Europa. Mi procurò un biglietto dell’Air France e partii, portando con me quanto ritenevo bastasse per trovare un lavoro: il passaporto con il visto turistico e il mio titolo di studio di perito meccanico. Feci domanda per il Portogallo, perché molti senegalesi vanno lì. Quando giunsi in Francia un amico mi consigliò di provare in Italia. Non avevo capito bene la questione del permesso di soggiorno, ma pensavo che i documenti in mio possesso e la mia buona volontà fossero sufficienti per trovare un lavoro. Andai a Firenze. Non conoscevo nessuno. Era settembre dell’anno scorso e vi rimasi per tre mesi. Chiamai mio fratello per dirgli dov’ero e per chiedergli se conoscesse qualcuno, ma non riuscì ad aiutarmi. La prima notte, con i pochi soldi che avevo, presi una camera in albergo; non avrei potuto farlo ancora. Per tutto il giorno seguente cercai qualche senegalese, ma la sera dovetti andare a dormire in stazione. Incontrai un nigeriano che mi consigliò di andare a Lucca: lì c’erano parecchi senegalesi ed avrei trovato aiuto. Nonostante non parlassi italiano riuscii a fami capire per prendere il biglietto e salire sul treno giusto.
A Lucca incontrai un senegalese che mi invitò a casa sua, dove viveva con altri tre connazionali…ma quel posto non mi piaceva, non era tranquillo e quelle persone non mi ispiravano fiducia. Pensavo che per i primi tempi avrei dovuto adattarmi, così come avrei dovuto accettare di fare il venditore ambulante, cosa che non avrei mai voluto! In Senegal, quando una persona sta per lasciare il paese si dice che “va a vendere” in senso spregiativo, squalificante. Io non pensavo avrei mai accettato questa umiliazione, e invece…

E poi non avrei mai venduto cose false, come quegli amici mi consigliavano.
Io volevo fare le cose per bene e onestamente: avrei trovato una casa, avrei imparato l’italiano e trovato un lavoro che fosse sufficiente per aiutare i miei fratelli.
Mi procurai il materiale ed andai a Viareggio a vendere, ma al ritorno un giorno vidi la polizia davanti alla porta di casa; ritornai in stazione ed aspettai fino a sera. Quando tornai, gli amici non mi diedero alcuna spiegazione, così mi ritirai in camera a pregare, finchè la polizia si ripresentò. Discutevano, sentivo parlare di droga e di portare tutti in questura. Avevo paura e quando gli agenti chiesero se c’era qualcun altro in casa, mi presentai sulla porta. Mi fecero alcune domande, ma mi spiegavo con difficoltà. Ebbi fortuna: uno di loro mi riconobbe, – mi aveva visto a Viareggio - mi chiamò in disparte e mi consigliò di non rimanere lì, di cercarmi qualche altra sistemazione.
Il mattino seguente presi le mie cose e me ne andai: a Napoli.”
Perché a Napoli? Ziz non lo sa, non conosceva nessuno neanche là, forse era un nome noto, tra appassionati di calcio, che destava la sua fantasia...
“Alla stazione mi indicarono una via poco distante, frequentata da molti ambulanti senegalesi. Chiesi loro un posto per dormire, ma mi risposero che quello che avevano non faceva per me: costava 200€ al mese. Li pregai di ospitarmi solo per quella notte: l’indomani me ne sarei andato. E così il giorno dopo presi il treno per Milano e lì ricominciai a cercare lavoro. Alla stazione di Milano dormii per una settimana. Non si può dire sia davvero dormire: prima di tutto devi acquistare un biglietto del treno che ti dà il permesso di rimanere nella sala d’aspetto, poi ogni venti minuti passa un controllore per verificare se sei in regola.
Provai ad andare a vendere in piazza del Duomo, ma la polizia mi fermò perché, diceva, ci sarebbe stata una festa e gli ambulanti non potevano rimanere. Mi trattennero due ore nella loro auto facendomi molte domande e alla fine mi lasciarono andare. Una sera ero fermo ad un semaforo davanti alla stazione e mi si affiancò un’auto grossa. Da dentro mi invitarono a salire, dicendo che avevano alcune proposte di lavoro da farmi. Dovetti insistere per sganciarmi, finché se ne andarono. Non era certo un lavoro pulito che volevano da me.
Parlai anche con un addetto della Caritas lì vicino, ma non mi fu di aiuto: mi disse che i clandestini non hanno diritto ad un posto per dormire ma solo al servizio mensa.
Ero scoraggiato; così non potevo andare avanti. Pensavo che non ce l’avrei mai fatta: era tutto troppo difficile. Volevo tornare a casa. Una notte insonne alle 4 di mattina, in una crisi di disperazione chiamai mio fratello, spiegandogli tutto, che nemmeno riuscivo a dormire, volevo tornare a casa…mi rispose che tutto il mondo è così, di portare pazienza, che se mi fossi comportato onestamente alla fine sarei riuscito a trovare qualcosa di buono.
Ricominciai la ricerca prima di tutto di un posto per dormire, ma senza trovare nulla. Finché grazie ad una conoscente di mio fratello che si era stabilita ora in Sardegna, arrivai a Pavia. Mi disse che qui aveva amici che mi avrebbero aiutato. Era il primo dicembre del 2007. Alla stazione venne a prendermi incredibilmente un amico che avevo conosciuto molti anni prima in Senegal! Dopo l’iniziale stupore, mentre mi portava a casa sua in Lomellina, ci raccontammo le nostre storie. Viveva con il fratello maggiore ed un altro amico. Sono tutti regolari, lavorano ed uno di loro è stato raggiunto dalla moglie. Mi spiegarono che senza permesso di soggiorno non avrei avuto nessuna possibilità di trovare un lavoro, se non come ambulante.
Amareggiato, andai a rifornirmi vicino alla stazione Centrale di Milano e cominciai a vendere nelle strade di Pavia. Un giorno guadagnavo 5€, un giorno nulla…non potevo farcela! Richiamai mio fratello, confessandogli che per me era tutto troppo difficile. Mi fece forza e mi disse di non mollare. Ripresi il treno per Pavia ma non avevo potuto comprare il biglietto perché quel giorno non avevo venduto nulla. Il controllore mi fermò e, nonostante spiegassi che non era mia volontà viaggiare gratis, che avevo bisogno del treno per andare a lavorare e solo se trovavo da vendere avrei potuto comprare il biglietto… nonostante questo chiamò la polizia.
Dopotutto ebbi fortuna, perché l’agente a cui mi consegnò, arrivati a Pavia, mi riconobbe, mi fece qualche domanda …e mi regalò due biglietti del treno!
Nel frattempo continuavo a cercare lavoro. Mi avvisarono di un’impresa edile che cercava un muratore, ma anche un manovale sarebbe andato bene. L’appuntamento fu tre giorni dopo, alla piazza del paese. Lavorai 8 giorni, interruppi per le feste natalizie e ripresi l’8 gennaio per altre due settimane. Per il primo periodo ricevetti 400E, con un orario di lavoro dalle 8 alle 17; successivamente guadagnai altri 450E; poi l’impresario mi lasciò a casa, dicendomi di tenermi a disposizione se avesse avuto ancora bisogno. Inviai a casa i soldi e ripresi a vendere per le strade, non smettendo mai di cercare un’occupazione migliore.
Effettivamente mi cercò ancora per un lavoro a Piacenza di 5 mesi. Un giorno, dopo circa tre mesi, vennero dei funzionari in cantiere. Non mi chiesero niente. Ma la sera mi chiamò l’impresario dicendomi che l’indomani sarebbero venuti in cantiere alcuni funzionari del comune per fare un’ispezione e quindi non avrei dovuto farmi vedere. Così, senza altre spiegazioni, mi lasciò a casa, senza pagarmi l’ultimo mese di lavoro - erano 1200€. Lo chiamai più volte ma non si faceva trovare. Solo una volta riuscii a parlargli e mi disse che non avrebbe rischiato di finire in tribunale per uno che non aveva i documenti in regola!
Lo stesso accadde al mio compagno di lavoro, un marocchino che ora fa l’ambulante a Bergamo. Così è andata. Pazienza. Almeno mi resta la salute!

C’erano lavoratori italiani con te?
Si, un calabrese, zio dell’impresario.
Quindi nessun testimone attendibile. Quante persone lavoravano in tutto?
Io, il marocchino, il calabrese.
E poi? Non mi rimaneva altro che riprendere a fare l’ambulante. Un giorno mi vide una ragazza dominicana mentre dietro la stazione di Pavia mi prendevo una pausa per studiare l’italiano.
Chiacchierammo un poco, lei mi fece alcune domande. Tornò il giorno dopo portandomi un po’ di frutta. Mi chiese se avessi voluto frequentare un corso di italiano. Certo, le risposi. E’ così che ho conosciuto l’Associazione, e confesso che mi si è riaccesa la speranza.
So di non essere venuto qui per fare i soldi ma so anche che dovevo trovare le persone giuste per fare le cose bene, con onestà e chiarezza. Devo ringraziare dio se ho conosciuto persone buone, come la responsabile del corso di italiano del Volta, a cui vendetti per pochi soldi una cintura e fu gentile con me: mi avvertì delle difficoltà che avrei incontrato senza permesso di soggiorno e mi invitò a frequentare la scuola. Presentai la mia carta consolare e venni ammesso al terzo livello.

Com’è la tua vita ora?
Ho un lavoro il sabato, dalle 10 alle 18 come ‘buttafuori’ in un centro commerciale – ride – per 20€. E’ sempre meglio che stare a casa disoccupato o chiedere l’elemosina! Grazie all’Associazione ho iniziato da poco un lavoro saltuario di volantinaggio per una agenzia pubblicitaria. Sono poche ore, pagate 5€ l’una, che ricevo la volta successiva.
Vorrei lavorare come meccanico, ho fatto il giro di molte officine, ma senza permesso non ti prende nessuno.

A queste condizioni non riesco a mandare denaro alla mia famiglia: tutto se ne va in spese vive per la mia permanenza qui: 100€ al mese di affitto più 25€ per il vitto del sabato, più un terzo della bolletta della luce, come ci siamo accordati. L’amico che mi ospita è molto comprensivo: posso pagarlo anche in ritardo, quando guadagno qualcosa. Spesso mi trovo senza niente, non avendo entrate costanti. Oggi, ad esempio, non ho potuto comperare il biglietto del treno, che è di 2.20€. Ne avevo bisogno per andare al corso e poi a volantinare. Se compero oggi il biglietto domani non potrò più tornare a Pavia a lavorare! Oppure dovrei rubare?
Fortuna che questa volta non c’era il controllore!
Mio fratello mi ha chiamato in occasione della nascita di una mia nipotina, dicendomi che a casa faranno una bella festa…ed io non posso nemmeno mandarle un regalino!
Il mondo è così: oggi ti va bene, domani male…sarà come dio vorrà.

Sei mai stato coinvolto in atti di razzismo nei tuoi confronti? Finora hai trovato l’Italia un paese razzista? No, mai. Non mi sembra ci sia razzismo in Italia. Razzista è chi non esce mai dai propri confini, chi ha una visione angusta e limitata del mondo e degli uomini perché non ha allargato le sue esperienze. Se percorri il mondo, se vivi in diversi paesi non puoi essere razzista.

Hai detto di essere musulmano. Ci sono forti resistenze in molte realtà locali riguardo la libertà di culto, che si esprime ad esempio nella realizzazione di moschee e luoghi di preghiera per comunità straniere. Cosa ne pensi?
Io sono musulmano perché lo erano i miei genitori; sono stato abituato a pregare ovunque, anche da solo, in camera mia. Personalmente non sento la necessità di un luogo di incontro collettivo per pregare. E’ chiaro che se ci fosse lo frequenterei volentieri, anche come occasione di incontro. Se ne sta parlando anche per Pavia e sarebbe una cosa buona. Nel mio paese, il Senegal, musulmani e cristiani convivono da sempre in pace, c’è rispetto, tolleranza, nessuna discriminazione; persino le alte cariche istituzionali non hanno una connotazione religiosa, ci sono stati anche presidenti cristiani. Lo stato è laico.

Lasciamo Ziz al suo lavoro, con il rammarico di non potergli far neppure sperare per ora niente di più stabile e sicuro: l’approvazione del nuovo decreto sui flussi di manodopera straniera in ingresso nel nostro mercato del lavoro non permette nuove domande di regolarizzazione nella forma ipocrita dell’assunzione dall’estero. Ziz per un altr’anno almeno non avrà nessuna strada per uscire dall’illegalità e trovare un’occupazione regolare, per quanto precaria. Per mesi abbiamo visto annunci “cercasi meccanico”, e Ziz era quel meccanico con diversi anni di esperienza che poteva andare bene. Ma gli manca un pezzo di carta. Il nostro Stato gli impedisce di fare il lavoro che sa fare e di cui c’è bisogno anche nella nostra provincia. Costringe questo giovane calmo, paziente (fin troppo paziente), a offrire il suo lavoro per 20 euro al giorno, e a ritenersi fortunato quando lo può fare, sperando di poter domani mandare degli spiccioli a casa (mentre scriviamo sappiamo che anche quello spiraglio gli è stato chiuso, forse per timore di controlli). Intanto c’è chi si è arricchito sul suo duro lavoro e su quello di molti altri. Ai clandestini non solo non si pagano i contributi, ma neanche gli ultimi mesi di lavoro. E perché mai un uomo d’affari dovrebbe, visto che non hanno diritto di chiedere i loro diritti? Così questi doppi ladri sono rispettabili imprenditori, e gli sfruttati e derubati sono dei pericolosi fuorilegge... Ziz continuerà a resistere alle sirene dello spaccio di stupefacenti o di altre attività criminose. Ma quanti nelle sue condizioni hanno la forza morale di non salire su una grossa macchina da chi ti offre denaro? Le leggi anti-immigrazione non solo offrono manodopera a basso costo e ricattabile al settore edile e dei servizi, ma crea una massa di manovra per la delinquenza, italiana e straniera.
Ziz aspetterà, e se non sarà costretto a tornare sconfitto al suo paese per disperazione, forse nel futuro potrà essere considerato un uomo libero, dotato di tutti i “diritti dell’uomo” anche in Italia. Per ora di fronte alla legge è solo un mezzo uomo, un criminale, un “clandestino”. Uno da braccare con le ronde.

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