Cava Manara, 18/02/09 - Mohamed e gli altri
La casa è spaziosa e ci accoglie con un profumo di cibo saporito. Moahmed ci fa entrare in sala, dove un divano perimetra l'ampio tappeto che sbadatamente ho calpestato con le scarpe per tutto il tempo; all'angolo un tappetino di preghiera e centrale una televisione accesa che ci terrà compagnia tutta la sera. Alla nostra chiacchierata faranno da contrappunto telegiornali senegalesi, documentari maliani, varietà algerini…e una partita di calcio tutta italiana. Per pochi soldi gli inquilini della casa, quattro senegalesi, si sono garantiti una finestra sul mondo preziosa. Almeno quattro, rimarcano, perché questa semplice e dignitosa abitazione a Cava Manara costa loro ben 1200 euro mensili.
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La situazione per noi immigrati, soprattutto se clandestini, si è
aggravata in questi ultimi tempi.
Sono in Italia dal 2002 e fu questa
la mia sfortuna: subito dopo il mio arrivo venne approvata la
sanatoria, l'ultima. Ancora non conoscevo nessuno, non stavo lavorando e
nemmeno sapevo parlare italiano. Per questo non mi fu possibile
presentare i documenti richiesti dalla sanatoria per la
regolarizzazione, a meno che non pagassi 2.000-2.500 euro a chi me li
avrebbe procurati. Ovviamente non lavorando, non potevo avere quella
cifra. Da allora ottenere il permesso di soggiorno per trovare un lavoro
è diventato quasi impossibile.
Chi ti chiedeva questa
cifra?
- E' facile trovare imprenditori, proprietari di
aziende che chiedono soldi agli immigrati in cambio dei documenti.
Il
risultato è che sono qui da sei anni, ho lasciato la moglie ed il
secondo figlio - la prima è morta - quando aveva appena 7 mesi e non
posso nemmeno tornare! Se solo avessi un po' di soldi lo farei, ma non
posso tornare a mani vuote.
In Senegal avevi un lavoro?
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Avevo un piccolo negozio di alimentari; vendevo un po' di tutto, ma col
tempo rendeva sempre meno. Dal 1994 la moneta senegalese si è
enormemente svalutata: il cambio è passato dal valore di 1 franco
francese per 50 Cfa a 650 Cfa. I soldi non valgono più niente e questo
ha gettato il paese nel lastrico. Intorno al 2000 la crisi si è
manifestata anche nel piccolo commercio: con quel lavoro non riuscivo
più a sostenere la famiglia e sono stato costretto ad abbandonarlo.
Prima
ancora avevo lavorato come dipendente di una azienda agricola – ho un
titolo specialistico corrispondente al vostro perito agrario - ma presto
l'attività cessò per una serie di errori e per l'inesperienza del
titolare. Cercai per molto tempo ma senza risultati. Potrei dirti in
base alla mia esperienza che la crisi ha colpito prima il Senegal che l'
Europa e il resto del mondo.
Non mi restava che uscire dal paese, ma
non credevo di dover affrontare una realtà così dura. I primi flussi di
immigrati senegalesi in Europa avvennero in una situazione molto più
favorevole: trovarono lavoro con facilità, riuscirono a risparmiare e a
tornare dalle loro famiglie con una certa somma di denaro. Da queste
esperienze si è diffusa in Senegal l'idea che l'emigrazione richiedesse
sì alcuni sacrifici ma che alla fine l'obiettivo venisse sempre
raggiunto. E’ con questa prospettiva che decisi di partire anch’io. Ho
raggiunto l’Italia grazie all’aiuto di un amico, un uomo generoso che mi
ha procurato il visto e ha pagato più di 100 Cfa – circa 750 euro – per
il biglietto aereo dell’Air France senza chiedermi niente, solo per
darmi una possibilità di futuro. In tutta la vita non riuscirò mai a
ripagarlo!
Quando lo incontrai in un albergo a Milano, dove passammo
una serata insieme, mi venne spontaneo di dargli 100 euro perché
comprasse qualcosa alla sua famiglia, ma ricevetti da lui un severo
rimprovero che mi costrinse persino a scusarmi con lui. Da bambini siamo
cresciuti insieme, ma lui è stato più fortunato di me: ha studiato in
Senegal e ha fatto carriera. Quello che ha fatto a me lo ha fatto anche
ad altri senegalesi, dando loro la possibilità di partire per Europa o
per gli Stati Uniti.
Conoscevi qualcuno quando sei
arrivato?
- Conoscevo solo un ragazzo che al mercato di
Dakar aveva un banco vicino al mio e che arrivò prima di me in Italia.
Dell’Italia non sapevo nulla, però a 42 anni ero ancora abbastanza
fresco di studi, confidavo nella mia preparazione, insomma ero
fiducioso.
Quanto costa il visto per l'Italia?
-
Ufficialmente costa 16000 Cfa, cioè meno di 30 euro. Attualmente
l'ambasciata italiana ti chiede almeno 4 milioni di Cfa, circa 6000
euro. La differenza la intascano i funzionari, come accade in tutte le
ambasciate. E la cifra aumenta di anno in anno.
Quindi il
visto costa un anno di lavoro.
Come hai trovato casa e lavoro?
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Non è stato facile trovare un'abitazione, ma alla fine ebbi fortuna:
incontrai una persona disposta ad ospitarmi solo per poco, perché
l'appartamento era già pieno. Mi fermai da lui una settimana. Dopo pochi
giorni un senegalese della casa partì definitivamente per il Senegal.
Fu facile per me prendere il suo posto.
Riguardo al lavoro, appena
arrivato cominciai a fare l'ambulante: vendevo roba cinese davanti al
negozio Zerbimark, a S. Martino Siccomario.
Due mesi dopo un amico mi
chiamò per un'attività di volantinaggio per conto di un certo Roberto
di Zeccone, che ha l’ufficio a Vidigulfo. Con lui rimasi 4 anni e
raggiunsi anche la buona posizione di capogruppo. Nel 2004 mi garantì
avrebbe fatto la richiesta per il permesso di soggiorno prevista dal
decreto sui flussi di immigrazione. Gli diedi fiducia. Ma non aveva
nessuna intenzione di dichiarare il suo reddito annuale e per questo la
richiesta non fu accettata. Se ne interessarono anche Franco Vanzati,
della Camera del Lavoro di Pavia e Carmen, dell’Associazione. Oltre a
ciò non mi diede nemmeno il compenso di parte del lavoro che avevo
fatto, circa 1040 euro. Su consiglio di un avvocato della Camera del
Lavoro mi rifiutai di tornare a lavorare.
Questa persona era ben nota
per questo genere di affari; molti mi consigliarono di lasciar perdere,
che non sarei mai riuscito a spuntarla. Si sentiva al sicuro,
certamente: un clandestino non lo avrebbe mai portato in tribunale!
Dopo
questa esperienza sono tornato ancora a fare l’ambulante, procurandomi
il materiale a Milano.
Cosa riesci ad ottenere dalla
vendita?
- Niente, soprattutto adesso che la crisi ha
ridotto gli acquisti per tutti. E' dura: dimmi come fai a vivere, a
pagare l’affitto, a mandare soldi alla famiglia…
Hai
lavorato anche ad un ristorante: perché hai perso quel lavoro?
-
Al ristorante cinese di via dei Mille ho lavorato per sei mesi: facevo
la consegna delle pizze e di altri piatti cinesi. Poi la crisi ha
colpito anche loro, almeno così sostenevano. Il locale è rimasto chiuso
per un certo tempo e da poco ha ripreso l'attività. L’altro ieri mi
hanno cercato per ripropormi lo stesso lavoro, a condizione che mi
procuri un motorino. Prima usavo il loro, ma quando il proprietario lo
sfasciò in un incidente si rifiutò di comprarne uno nuovo. Sarà sempre
la crisi a non permettere loro nemmeno un motorino? Per tre mesi ho
usato il mio Ciao ma ora è troppo vecchio, non ho i soldi per pagare
l’assicurazione né la revisione e nemmeno per comprarne un altro… e poi
non mi sembra giusto!
Quanto ti pagavano?
-
Per 2-3 ore al giorno 11 euro, 350 euro al mese. Ultimamente ho
contattato un impresario, su consiglio della vostra Associazione, ma
anche lui mi ha parlato di crisi, che non è il momento di offrire lavoro
ad un clandestino…quello che mi ripetono tutti!
Eppure
questo governo ha allentato e alleggerito le condizioni punitive per chi
assume in nero, tanto che le imprese ora hanno meno rischi, meno multe
da pagare.
Chi hai lasciato in Senegal, oltre a tua moglie e la
figlia?
- Solo le mie sorelle, perché i miei genitori
sono morti. Mio padre era operaio meccanico, mia madre casalinga; avevo
solo un anno quando lei morì.
Cosa pensano della tua
situazione?
- Mia moglie piange sempre, vorrebbe che
tornassi. Ma non posso tornare a mani vuote, capisci, dopo sei anni!
Sarebbe una vergogna troppo grande da sopportare!
Com’è
ora la situazione in Senegal?
- Ti lascio immaginare,
visto che la crisi ha colpito tutto il mondo, compresi i paesi più
ricchi!
Quanto prende un operaio nel tuo paese?
-Il
salario minimo è intorno a 40000 Cfa, cioè 60 – 70 euro al mese.
A
Pavia i senegalesi sono numerosi. Ti trovi con altri, avete un luogo di
incontro comune, un'associazione?
- Ho amici del mio
stesso paese, certamente.
Abbiamo cercato di costituire
un'organizzazione, sull'esempio di Voghera, ma non ci siamo riusciti:
siamo così pieni di problemi, le nostre prospettive così scure, le
giornate così faticose che ci sembra un'ambizione eccessiva o quantomeno
prematura.
Samir, l'amico finora rimasto in silenzio, un
po' distratto dalla televisione, un po' dagli attacchi di tosse per l'
influenza che lo tiene incollato alla stufa, ci offre il caffè della
casa e aggiunge:
- Sai qual è la differenza con Voghera?
Lì sono quasi tutti con il permesso di soggiorno, sono meno pressati
dalle difficoltà quotidiane, hanno quindi l'agio di incontrarsi. A Pavia
tutti quelli che vedi in giro a vendere sono irregolari. Quando sei
clandestino non riesci a fare nulla!
Secondo voi a Pavia
quale è la percentuale di clandestini senegalesi rispetto ai regolari?
M.-
E' difficile dire una cifra…ma la maggioranza secondo me ha il permesso
di soggiorno.
Eppure tutti gli ambulanti, e sono tanti,
sono clandestini!
M.- Si, è vero, ma tu vedi anche
quelli che vengono da Milano, Voghera, Genova…
S.- Anch'io sono
senza permesso di soggiorno. Nel 2002 avevo fatto la domanda in
occasione della sanatoria. Sono fra i tanti che per ottenere i documenti
ha dovuto pagare una bella cifra ed in più è stato raggirato da un
imprenditore bresciano che mi promise la regolarizzazione. In realtà mi
fece un contratto falso e oltre a me ad altre 100 e più persone,
soprattutto cinesi ed albanesi. E' stato furbo: in prossimità della
sanatoria ha aperto una cooperativa fasulla chiedendo agli stranieri
1500 euro per il contratto di lavoro. Approfittò della nostra necessità e
del fatto che nessuno capiva niente della legge, io per primo. Ho
ancora qui la ricevuta. Come se non bastasse chi ha chiesto in aggiunta
350 euro per i contributi da versare all'INPS. Siamo stati proprio
stupidi! Un avvocato di Pavia mi ha consigliato di tornare a verificare
alla prefettura di Brescia, ma io sono scoraggiato e deluso, non ci
voglio più pensare. Se mi fosse accaduto adesso non gli darei una lira!
Quando
non sei informato bene, non sai la lingua… è tutto più difficile da
capire e da affrontare. Ho saputo poi dai carabinieri di Brescia che era
stato già condannato a 15 anni di carcere, un soggetto ben conosciuto,
dunque, ma la madre benestante ha pagato per farlo uscire ed ora agisce
ancora indisturbato!
Moahmed, riesci ancora a mandare a
casa dei soldi?
- Difficilmente.
Ma come
fa a vivere tua moglie con il bambino?
- Si devono
adattare, anche per loro la vita è dura. Fortunatamente vivono con mio
suocero, che ha una casa grande. Era direttore scolastico ma ora è in
pensione; la moglie è casalinga; i fratelli e le sorelle di mia moglie
lavorano tutti. E’ grazie a loro che viene sostenuta ed aiutata.
Da
quando sei in Italia come è stato l'atteggiamento delle persone nei
tuoi confronti? Hai vissuto episodi di razzismo?
-
Generalmente i senegalesi non sono mal visti dagli italiani; noi viviamo
bene con tutti. Per certi casi non parlerei tanto di razzismo: i pavesi
sono piuttosto chiusi, questo sì. In una grande città il clima è
diverso. Qui ce l’hanno piuttosto con chi gira di notte e fa casino per
le strade. Se sei tranquillo e non fai male a nessuno, anche se non hai
lavoro, ti lasciano stare.
Una settimana fa ho visto il ministro
Frattini alla televisione, in visita al Senegal: parlava bene di noi
immigrati, diceva che siamo brave persone…
Non mi
stupisco: era lì per fare affari!
Non mi sembra che i carabinieri vi
lascino tanto in pace, anche solo perché vendete quattro cose per
strada!
- Quella è gelosia tra commercianti, intendo
tutti i commercianti - anche noi lo faremmo - perché pensano di subire
una concorrenza sleale sia riguardo ai prezzi che alle tasse, che loro
pagano e noi no.
Samir fa scorrere i programmi televisivi
finché trova qualcosa dal Senegal: immagini di cibo preparato e servito
in grandi vassoi, forse una festa.
Siete mussulmani?
M.-
Si, tutti in questa casa.
Però non avete una moschea
dove andare a pregare…
M.- Abbiamo una moschea vicino
alla Posta centrale, non ricordo la via. E' un vecchio palazzo che però
non è adeguato, è cadente.
S.- No, ora è cambiato, è in via
Indipendenza, vicino all’ASL. E’ molto frequentata, ma noi preghiamo
solitamente in casa.
Moahmed, a differenza della maggior
parte dei senegalesi sei arrivato in Italia non più tanto giovane,
perché?
- Non è così facile riuscire a partire: il visto
costa caro e non tutti quelli che vorrebbero uscire dal paese riescono
ad ottenerlo.
S.- Sai quante persone vorrebbero venire? Quanti
vengono consigliati male, illusi…e quando racconti cosa li aspetta non
ti credono. Lo stesso accade quando spieghi alla tua famiglia che qui la
vita è dura, che si sta male, anche loro non ti credono. Pensano che tu
faccia una buona vita, non sanno che qui non ho una vita per me. Non
immaginano quanto quei pochi soldi che arrivano loro mi siano costati in
sacrifici e rinunce. Del resto, voglio solo che loro stiano bene e
tutto quello che faccio lo faccio per loro. Ti spiego il perché di
questo generale fraintendimento: gli immigrati della generazione
precedente la nostra hanno creato un’illusione nel mio paese. Anni fa
venire in Italia, trovare un lavoro e guadagnare 1500 euro al mese era
normale. Lavoravi duramente un anno e riuscivi a risparmiare una bella
somma. Tornavi in Senegal e potevi anche fare la bella vita. Era
frequente incontrare per le strade belle BMW o Mercedes e al volante ci
stava proprio chi era tornato dal lavoro all'estero!
E' stata una
pessima pubblicità per noi. Puoi pensare come sia difficile ora fare
capire ai nostri cari e non solo a loro che qui la vita è dura, che per
quanto ci affanniamo non riusciamo a risparmiare nulla…sembra sia colpa
nostra e non delle circostanze che sono cambiate.
Mentre
Samir racconta entra l'altro compagno, di ritorno dal turno di lavoro
serale nello stabilimento Riso Scotti; è l’unico del gruppo che lavora
regolarmente. Si presenta, ma parla poco l'italiano. Si infila in cucina
per mangiare qualcosa e poco dopo ne esce con una pentola fumante,
offrendocene il contenuto: riso, naturalmente.
Negli ultimi 10 anni
in Senegal c’è stato un progressivo sviluppo economico, un miglioramento
sociale?
M.- Quello che so è che il governo sta
investendo in nuove infrastrutture: per esempio a Dakar ci sono code
interminabili di auto. Il Presidente si è impegnato a realizzare nuove
strade, ponti… ovvio che le persone più povere non traggono grandi
benefici da tutto questo!
Quindi i soldi ci sono per
comprare tutte queste automobili!
Questi progetti infrastrutturali
sono sostenuti da finanziamenti e imprese locali o esteri?
M.-
Sono soprattutto esteri: cinesi e arabi.
Come si sta
muovendo il governo per risolvere il problema della disoccupazione
giovanile?
M.- Non è facile risolverlo. Un aiuto
potrebbe venire da questi interventi di cui ti ho parlato. Ho sentito
recentemente che nella periferia e nei dintorni di Dakar verranno
impiegati 13000 giovani.
Come ottieni le informazioni dal
tuo paese? M.- Come vedi, grazie alla televisione. Abbiamo una
parabola che ci ha installato un amico per pochi soldi.
Guarda:
questo è un programma religioso, islamico; questo è il telegiornale del
Mali, questo del Senegal, della Guinea, della Costa d’Avorio, Gabon,
Camerun…tutto gratuitamente, basta solo acquistare la parabola. Ecco
l’Angola, ma non capisco il portoghese; e poi anche molti programmi
dalla Francia, da Dubai… Guardo anche i telegiornali italiani, ma sono
sempre pieni di omicidi, di morti…
Samir, come sei
arrivato in Italia?
- Avevo il visto per la Francia,
ottenuto grazie a mio zio - appena avrò un lavoro lo ripagherò -, ma la
Francia non mi piaceva e allora ho provato a venire qui. Ho capito
troppo tardi che in Italia se sei clandestino non puoi fare nient'altro
che il venditore ambulante! E allora hai la vita segnata: un giorno ti
beccano, ti portano dentro, poi esci, un altro giorno ti ribeccano…e
così via.
La partita alla televisione è finita. I
commenti richiamano Rachid dalla cucina. Gli chiediamo del suo lavoro
allo stabilimento Riso Scotti.
- Lavoro dal 2004,
assieme ad altri 5-6 senegalesi. Tutto lo stabilimento conta 12 persone
di diverse nazionalità, italiani compresi. E' un po' distante, ma lo
raggiungo in motorino.
M.- Noi sfigati della casa abbiamo
nominato Rachid nostro capo: ha un lavoro regolare, è tornato dal
Senegal due settimane fa e non è andato a mani vuote, ora ha ripreso a
lavorare... è il nostro esempio e la nostra speranza!
Come hai fatto ad ottenere il permesso?
R.- Grazie a mio zio ho fatto la richiesta nel 2002 e sono passato con la sanatoria.
Prima di salutarci chiediamo ai nostri amici se sono interessati a seguire i corsi di italiano organizzati dall'Associazione. Le adesioni arrivano immediate e a riprova dell'interesse ci vengono mostrati i quaderni già acquistati. Ci accordiamo sugli orari migliori, sul luogo di incontro e ci lasciamo con un convinto arrivederci.

